Discorso d’apertura del XXI Congresso Cantonale del Partito Comunista

Il discorso d’apertura del XXI Congresso Cantonale del Partito Comunista – svoltosi domenica 27 novembre al Palagiovani di Locarno – pronunciato dopo la designazione come Presidente dei lavori congressuali.

Care compagne,

Cari compagni,

questo XXI Congresso si apre in un momento di rara eccezionalità, non solo per la Svizzera e per il nostro piccolo Ticino, ma per il mondo intero: la crisi strutturale che dall’ormai lontano 2007 sta mettendo in discussione lo strapotere occidentale – e con esso l’intero sistema capitalista – apre infatti nuovi scenari e nuovi rapporti di forza economici, sociali e geopolitici, che devono essere oggetto d’analisi per tutti noi marxisti; il Partito Comunista non può farsi travolgere dagli avvenimenti che stanno portando più che mai a galla le contraddizioni sistemiche, le quali rivelano in maniera fortissima l’incapacità del capitalismo a risolvere quello che le medesime contraddizioni portano alla luce: si pensi alla crescente disoccupazione, da noi subdolamente mascherata con una criminale riforma della LADI, all’azzoppante negatività del rapporto tra l’aumento del costo della vita e quello dei salari, e non da ultimo, lo svuotamento delle casse pubbliche, messe ogni giorno a dura prova dal blocco a 1,20 del cambio franco-euro, voluto dalla Banca Nazionale Svizzera e dell’Unione Sindacale Svizzera, per non parlare del furto avvenuto con il regalo di 60 miliardi all’UBS, banca che – come tutte le altre – continua scelleratamente a muoversi con la solita pericolosità. Il Partito Comunista deve cavalcare la crisi, mostrandosi superiore, rispetto a qualsiasi altra forza politica, sia nell’analisi di quanto sta accedendo sia nella proposizione delle soluzioni, volte alla trasformazione sociale dei rapporti di forza oggi esistenti.

La situazione non è per nulla facile, siamo un Partito piccolo, che certo non ha ancora la forza di irrompere in maniera rivoluzionaria nello stato di cose presenti, ma siamo un Partito giovane, in crescita – lo dimostrano i risultati delle recenti elezioni federali – che a piccoli ma importanti passi, può muoversi in ottica riformatrice – e non riformista, facciamo attenzione – rafforzandoci, acquisendo sempre maggiore credibilità e avendo sempre bene in chiaro quelli che sono i nostri obiettivi strategici: poco a poco dobbiamo diventare una reale alternativa, quel soggetto in grado di rendere più esplicite le contraddizioni naturali del sistema capitalista, e infine di essere riconosciuti come gli unici in grado di stabilizzare una realtà che – con questa crisi – non potrà che diventare sempre più precaria, portando una via d’uscita da sinistra a questa empasse strutturale.

Rispetto al recente passato abbiamo un grande vantaggio: quello d’aver superato, evidentemente non senza perdite tra le nostre fila, quel periodo che per noi comunisti è stato caratterizzato dalla sindrome degli “orfani del Muro di Berlino”. Sono infatti passati 20 anni da quel biennio, che tra il 1989 e il 1991, ha visto la caduta del Muro e il crollo dell’Unione Sovietica; da allora si diceva che il sistema capitalista avrebbe per sempre trionfato, che il sistema capitalista avrebbe portato – da quel momento sino alla fine della storia dell’umanità – alla crescita infinita, al benessere e alla pace; si diceva anche che quei pochi comunisti rimasti non erano che dei semplici idealisti, gente fuori dal mondo, persone nostalgiche che vivevano in un altro secolo. Ma gli scenari che si stanno aprendo con questa crisi stanno dimostrando che forse la classe dirigente della nostra società si era sbagliata: incredibilmente si sono sbagliati in modo del tutto analogo a quanto fatto con loro – la borghesia – dell’aristocrazia, nel momento della restaurazione dell’epoca post napoleonica. A proposito voglio leggervi alcune righe – pochissime, non preoccupatevi – prese dall’opera “Ricostruire il Partito Comunista” dei compagni del Partito dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto, Vladimiro Giacchè e Fausto Sorini.

Quelle idee – libertà, eguaglianza, fraternità – hanno rappresentato un mero incidente delle storia, una parentesi, un momento di follia. Tutto è tornato come prima e tutto rimarrà per sempre come era prima, immutabile nei secoli - e qui sembra si stia parlando dei comunisti e degli ultimi 20 anni che abbiamo vissuto, ma invece… – perché nel 1815 - nel 1815 – quello è l’ordine delle cose presenti, ma anche di quelle future. E loro, i liberali? Pochi, pochissimi, dispersi, rovinosamente sconfitti, molti in esilio: gli altri alla macchia, in clandestinità o nelle galere. sconfitti, esigua minoranza, singoli velleitari sognatori, intellettuali o militari che nelle file napoleoniche avevano assorbito quelle idee sovversive. Per decenni, tentativi insurrezionali isolati e – appunto – del tutto velleitari si susseguono in Europa, come punture di spillo soffocate senza alcuna fatica dalla Restaurazione trionfante. Tentativi illusori, spesso sconfitti dalla reazione di quel popolo che avrebbero voluto liberare da catene millenarie: contadini che scambiano i rivoluzionari per briganti. È storia ben nota. Eppure. Eppure quelle poche sparute sconfitte avanguardie – per il solo fatto di esistere e resistere – svolgono un compito storicamente immane, decisivo: tengono in vita un’idea di trasformazione, la speranza di un riscatto, di un sovvertimento dello stato di cose presenti. Come la storia ottocentesca da lì a poco si sarebbe presa la briga di dimostrare, niente poteva essere immutabile: nessun motore immobile avrebbe più dominato il mondo. La borghesia trionferà nel giro dei successivi trent’anni, sovvertirà, a modo suo, il mondo, diventerà classe dirigente e scoprirà a sua volta una nuova classe subalterna.

Oggi vediamo ad Oriente un paese come la Cina, che non è niente popò di meno che la seconda potenza mondiale, guidata da un Partito Comunista immenso, sia per quel che concerne il numero di iscritti, sia per quanto riguarda la preparazione dei loro quadri; in Africa abbiamo delle realtà che si stanno rafforzando sempre più, si pensi al Sud Africa, alle rivolte scatenatesi in Egitto e in Tunisia (sulle quali va tenuto un occhio particolare, per capire quale sarà lo sviluppo futuro), o semplicemente al brutale attacco che l’Occidente imperialista ha sferrato alla Libia: certo c’è la questione del petrolio, ma dietro a ciò c’è la debolezza di un sistema ormai alla frutta, costretto a utilizzare il proprio esercito in sostituzione della diplomazia; in America Latina è presente una realtà rivoluzionaria sempre più consistente, dal Brasile al Nicaragua, dalla Bolivia all’Argentina, dall’Ecuador al Venezuela, promotore di un grande progetto come l’ALBA, fino ad arrivare alla piccola ma grande Cuba, la cui resistenza ha permesso all’intero continente sudamericano di acquisire un’importante coscienza di classe; anche in Europa – bastione del sistema capitalista – qualcosa si sta muovendo, mi verrebbe da dire che uno spettro si sta aggirando, pur avendo bene in chiaro che nel Vecchio Continente il risultato di questa crisi potrebbe essere gravemente reazionario e autoritario, non dimenticando però che vi sono realtà importanti, come quelle costruite dai compagni, belgi, portoghesi e greci.

Infine ci siamo noi, in Ticino, una realtà piccola ma consapevole delle nostre forze e dei nostri limiti, che tra le molteplici difficoltà credo – forse molto poco modestamente – che stiamo riuscendo a fare qualcosa di importante. Pensiamo ad esempio al ruolo di primo piano che abbiamo tra i giovani: la Gioventù Comunista è una realtà politica e aggregativa che a sinistra non esiste nel resto del Cantone, sia da un punto di vista quantitativo, sia da un punto di vista qualitativo. Evidentemente questo non può che far ben sperare per il futuro.

Il lavoro per noi è però ancora moltissimo e soprattutto è difficile. E’ necessario impegno e autodisciplina da parte di ciascun militante senza aspettare la “pappa pronta” da chi ha incarichi dirigenziali. La strada che abbiamo però intrapreso a partire dal Congresso di Osogna del 2006, che abbiamo ribadito al Congresso di Locarno del 2007 e che abbiamo rafforzato con il nostro ultimo Congresso di Bellinzona del giugno 2009 è senza dubbio quella giusta, un giusto equilibrio fra l’identità comunista e una linea di massa adeguata al contesto nel quale ci muoviamo; ci sono stati degli sbandamenti – è inevitabile – ma abbiamo anche ottenuto dei risultati che – tornando con la mente a 5 anni fa – erano quasi insperati. Credo infine – e qui concludo – che questo XXI Congresso possa essere, all’insegna della continuità di quanto fatto in questi anni, una svolta decisiva nell’ottica di far fare al Partito un salto di qualità importante sotto tutti i punti di vista.

Buon Congresso a tutti.

di Mattia Tagliaferri

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